Posted by: webgte on: July 30, 2008
Del romanzo postumo di Oriana Fallaci, i lettori del Giornale sono già stati avvertiti. Lunghi brani di quella che lei stessa definì una «saga» famigliare sono già comparsi su queste pagine la settimana scorsa. Sicché molti, fra quanti la amarono come scrittrice e come indomita polemista, sanno già di che si tratta. Non gli resta che avventurarsi in libreria, e tuffarsi fra le ottocento e più pagine di Un cappello pieno di ciliege (Rizzoli), per scoprire il resto: quel che i giornali non hanno detto e che l’Oriana andò affinando negli anni in cui disertò misteriosamente la ribalta, prima che l’11 Settembre la costringesse a uscire dal suo autoesilio newyorchese e a balzare inferocita di nuovo sulla scena. Nel suo romitaggio americano, Oriana lavorava a questa storia – la sua, quella della sua famiglia, quella di un’epoca – sapendo che sarebbe stata l’ultima, «ora che il futuro» le si era «fatto corto», e le «sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra».
Stava nella sua bella casa di New York da sola, l’Oriana. Senza amici, senza un compagno, senza figli. Si sapeva prepotente, narcisa, di un egocentrismo senza limiti; e forse per questo, strada facendo, aveva accettato di buon grado, o suo malgrado, quel che il destino, e il carattere, avevano apparecchiato per lei: una orgogliosa, spavalda solitudine, alimentata da un sentimento tragico dell’esistenza.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=279657